Riascoltavo qualche giorno fa “Lemon Tree” dei Fool’s Garden, una di quelle canzoni che ti restano dentro e che, personalmente, recupero periodicamente. Mentre seguivo quel motivetto orecchiabile mi sono fermata sulle parole: una domenica pomeriggio che non finisce mai, un albero di limoni visto dalla finestra, una sensazione di vuoto totale! Poi mi è venuta in mente “Virtual Insanity” dei Jamiroquai, e subito dopo “Blue” degli Eiffel 65. Tre canzoni tra il 1995 e il 1998 che sono state successi radiofonici per le loro melodie che bucano il cervello ma che hanno testi di un’angoscia unica! C’è qualcosa che le lega, qualcosa che ha a che fare con il momento in cui sono nate e forse anche con quello che stiamo vivendo adesso.
“Lemon Tree” racconta di un’attesa. Alla fine noi non sappiamo chi lui stia aspettando, sicuramente qualcuno (o qualcosa) che non arriva. Fuori dalla finestra si vede un albero di limoni, immobile e solo come lui, solo che sta all’aperto. Il protagonista sta dentro, bloccato in una domenica pomeriggio che sembra non finire mai.
La finestra è il confine tra questi due spazi. Da una parte la stanza in cui continua a girare in tondo senza meta, dall’altra il giardino con quell’albero che resta lì, testimone silenzioso di un’attesa vana. Ma la vera separazione non è tra interno ed esterno della casa: è tra il protagonista e la vita che dovrebbe accadere e invece non accade. La finestra divide il presente vuoto da un altrove che resta irraggiungibile.
L’albero di limoni gli fa da specchio. I limoni promettono dolcezza ma offrono amarezza, sono il frutto che inganna le aspettative. Quell’albero sta lì a ricordargli che la vita avrebbe dovuto dargli frutti dolci e invece gli lascia solo un retrogusto amaro. È immobile come il protagonista, radicato in un punto che non permette movimento vero. Però forse l’albero, nella sua interezza, non ha mica voglia di muoversi: è lì dove deve stare.
E poi c’è quel girare in tondo nella stanza: un movimento puro senza direzione né scopo. Il corpo che si muove meccanicamente mentre la mente resta ferma. È l’immagine precisa della noia esistenziale: sei in moto ma non vai da nessuna parte, fai qualcosa ma quel qualcosa non porta a nulla.
E poi c’è lei (her) che lui aspetta e che probabilmente non è una persona ma è la vita stessa che dovrebbe arrivare e dare forma al tempo, a riempire quel vuoto domenicale che si allarga e occupa tutto lo spazio disponibile.
É la melodia che rende tutto strano: quel motivetto quasi infantile, quella semplicità che ti entra in testa e non se ne va più. Il registro è elementare, ripetitivo come una filastrocca. La forma leggera accompagna il contenuto pesante senza risolverlo né consolarlo, come se la canzone stesse cercando di dire qualcosa per cui non ha ancora trovato le parole giuste e si accontentasse di quelle che ha a disposizione.
In “Blue” degli Eiffel 65 c’è un mondo completamente monocromatico: tutto è blu, la casa, la macchina, le finestre, le persone. Il protagonista vive immerso in questa realtà dove ogni cosa ha perso la propria distinzione cromatica e si è appiattita in un’unica tonalità.
“I have a girlfriend and she is so blue” – anche le relazioni umane sono state assorbite da questa monocromia. Non ci sono più sfumature, gradazioni, differenze di colore. Tutto è diventato uniforme, piatto. Se in “Lemon Tree” c’era una finestra che separava dentro e fuori, qui non c’è alcuna separazione perché tutto è colorato della stessa tonalità. Non c’è più un albero che fa da specchio perché non esiste più distinzione tra il sé e ciò che si osserva: qui tutto è blu.
In “Lemon Tree” c’era ancora un’attesa, una lucidità malinconica, una consapevolezza della propria condizione. In “Blue” non c’è niente di tutto questo perché il protagonista è completamente immerso nella sua dimensione monocromatica, tale da non poter vedere alcunchè in maniera diversa. Non aspetta che qualcosa cambi qualcosa, il blu ha invaso ogni cosa, compresa la possibilità stessa di immaginare un altrove.
“Blue” è musica fatta per riempire le discoteche e far muovere masse di persone. Quel “da ba dee da ba daa” è ipnotico, orecchiabile fino all’ossessione. Centinaia di persone cantano a squarciagola di un mondo completamente blu mentre ballano insieme, senza apparentemente rendersi conto di cosa stiano ascoltando. Alcuni dicono che la canzone parli di depressione in un mondo che vuole divertirsi, ma non se ne hanno prove. In ogni caso il paradosso è totale: l’isolamento in un mondo monocromatico diventa hit commerciale, l’esperienza di uniformità totale diventa esperienza collettiva condivisa in discoteca.
Mentre “Lemon Tree” e “Blue” guardano verso l’interno, verso forme diverse di alienazione individuale, “Virtual Insanity” sposta lo sguardo fuori, verso il mondo. Jay Kay non descrive uno stato d’animo personale ma osserva la società che lo circonda, una società che sta costruendo deliberatamente il proprio futuro su fondamenta artificiali.
La “virtual insanity” del titolo non indica semplicemente la tecnologia emergente. È un sistema di valori falso, una scelta collettiva di privilegiare l’apparenza sulla sostanza, l’artificio sull’autenticità. Quello che la canzone coglie è che questo futuro artificiale non sta semplicemente capitando come conseguenza inevitabile del progresso tecnologico: stiamo costruendo consapevolmente un mondo virtuale, stiamo scegliendo di allontanarci da ciò che è organico, naturale, vero.
Le immagini che attraversano il testo parlano di violenza e degrado sociale: i bambini, le vite sotterranee, la natura perduta. Conseguenze dirette delle scelte che facciamo socialmente. C’è un mondo vero che viene lasciato indietro mentre ci spostiamo verso l’artificio, e questo abbandono ha un prezzo.
Il video amplifica questo senso di spaesamento in modo fisico. Quelle pareti che si muovono mentre Jay Kay sembra fermo creano una dislocazione dello spazio stesso: non puoi più fidarti della geometria che ti circonda, la realtà è diventata mobile, instabile, inaffidabile. È l’immagine di come ci si sente quando il terreno sotto i piedi comincia a muoversi senza che tu te ne accorga subito, quando le coordinate che credevi fisse si rivelano arbitrarie.
E poi c’è di nuovo quel paradosso tra forma e contenuto. La base funk è elegante e ballabile, il sound sofisticato potrebbe stare in qualsiasi compilation radiofonica. Jay Kay descrive l’apocalisse culturale con leggerezza, usa un tono quasi profetico ma la forma resta accattivante, commerciale. La canzone stessa sembra intrappolata nella contraddizione che denuncia: per essere ascoltata deve essere orecchiabile, deve entrare nel circuito della musica pop, deve sottostare alle stesse logiche di mercato che critica.
Fermi sulla soglia
Queste tre canzoni nascono in un momento storico particolare. Da meno di un decennio era caduto il Muro di Berlino e con esso l’intero impianto ideologico della Guerra Fredda. Francis Fukuyama aveva proclamato la “fine della storia”: il liberalismo democratico aveva vinto, non c’erano più grandi conflitti da combattere, il futuro apparteneva al mercato globale e alla tecnologia. La globalizzazione si espandeva, Internet cominciava a diffondersi, l’economia cresceva. Tutto era “2000” (Autoscuola2000, Tendaggi2000) perchè tutto voleva diventare finalmente futuro. L’ottimismo ufficiale era enorme.
Ma sotto questo ottimismo c’era qualcosa che non tornava. Le vecchie certezze ideologiche erano crollate e quelle nuove non avevano ancora mostrato il loro vero volto. La globalizzazione prometteva prosperità diffusa, il neoliberismo prometteva libertà attraverso il mercato, la tecnologia prometteva connessione. Tutte queste promesse suonavano credibili, ma qualcosa stonava.
Non c’era ancora un nemico definito. Eravamo prima dell’11 settembre, prima che la guerra al terrorismo offrisse un nuovo framework per organizzare paure e certezze. Eravamo ben lontani dalla crisi economica del 2008 che avrebbe rivelato le crepe del sistema finanziario. Internet conservava la sua aura di libertà e orizzontalità, eppure già si intuiva che quella promessa aveva qualcosa di opaco.
C’era attesa e non si sapeva di cosa. Era di fatto uno spazio vuoto globale, una soglia. Queste canzoni fotografano esattamente questo. Non hanno la rabbia politica degli anni Sessanta e Settanta quando i nemici erano chiari. Non hanno il nichilismo punk degli anni Ottanta che urlava la propria distruzione. Non hanno ancora il cinismo stanco dei primi anni Duemila quando le promesse si sono rivelate false e tutti lo sanno. Hanno lo spaesamento: quello stato in cui sai che qualcosa non va ma non hai gli strumenti per nominarlo.
Riascoltando queste canzoni oggi, la sensazione è netta è quella di trovarsi di nuovo in un momento simile. Un altro interregno. L’egemonia occidentale incontrastata degli anni Novanta è finita, l’ordine liberale globale mostra crepe profonde. La tecnologia ha mostrato il suo vero volto: sappiamo cos’è la sorveglianza di massa, conosciamo la manipolazione algoritmica. La crisi climatica è lo sfondo permanente di ogni discussione sul futuro. La pandemia ha funzionato come shock sistemico rivelando fragilità che pensavamo superate. La guerra è tornata in Europa. Le democrazie liberali mostrano tensioni interne che sembrano allargarsi invece di risolversi.
E di nuovo c’è questa sensazione di attraversare un passaggio epocale senza avere il vocabolario per nominarlo. Non è “solo” capitalismo o crisi climatica o deriva autoritaria o rivoluzione tecnologica. È tutto insieme, intrecciato in modi che rendono ogni schema interpretativo insufficiente, parziale, incapace di catturare la complessità di quello che sta accadendo.
Il parallelismo con gli anni Novanta è potente. Allora si intuiva che qualcosa non andava nella promessa neoliberale e tecnologica, ma non c’era linguaggio condiviso per dirlo.
Oggi sappiamo che molte di quelle promesse erano false. Di nuovo ci troviamo con un disagio sotterraneo, una frammentazione crescente, una polarizzazione che sembra rendere impossibile qualsiasi dialogo. E sotto c’è di nuovo quello spaesamento comune, ancora innominato, quella sensazione di stare su una soglia senza sapere cosa ci aspetta dall’altra parte.
C’è però una differenza cruciale tra allora e oggi. Negli anni Novanta quell’inadeguatezza espressiva aveva qualcosa di non intenzionale: le canzoni cercavano di dire qualcosa che ancora non aveva nome usando gli strumenti disponibili, melodie accessibili e metafore semplici, senza troppa autocoscienza.
Oggi viviamo in una condizione di ipertrofia del linguaggio. Abbiamo troppi modi di nominare le cose, troppi schemi interpretativi che si sovrappongono e si contraddicono, troppe definizioni, troppa autocoscienza a basso costo rispetto a ogni gesto espressivo. Ogni emozione ha la sua etichetta precisa, ogni disagio il suo hashtag di riferimento, ogni posizione politica il suo manifesto con profilo social e richiesta di contributo economico. Eppure questo eccesso di linguaggio non ci aiuta a capire meglio dove siamo. Forse ci distrae dal sentire, alla ricerca dell’etichetta più adeguata.
Quel tipo di testimonianza diretta, non ancora mediata da troppe sovrastrutture interpretative, oggi appare più difficile da trovare. Vale la pena fermarsi ad ascoltare queste canzoni non con nostalgia per un tempo perduto, ma come documenti di un modo di stare nel mondo che continua a parlarci proprio perché diverso dal nostro, proprio perché ci mostra qualcosa che abbiamo perso strada facendo.




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