Dialogo socratico e malattia: tornare a essere soggetto dopo la clinica

La società sa curare il dolore ma non sa starci dentro. La ricerca di Jeanette Knox sul dialogo socratico con sopravvissuti al cancro mostra cosa succede quando qualcuno ci prova davvero.

Ho trascorso alcuni anni della mia vita scandito dalla clinica. Analisi, visite, sale operatorie, terapie, attese, quella particolare condizione in cui il tuo corpo diventa l’oggetto principale dell’attenzione di medici e professionisti, e tu, progressivamente, smetti di essere la persona che pensa e diventi il caso che viene gestito. Non è una critica a chi mi curava, anzi si è trattato per lo più di persone meravigliose: è tuttavia la logica del sistema. Un sistema che sa fare moltissime cose, e che però non ha strumenti per aiutarti a rispondere alla domanda che rimane quando le cure finiscono: chi sono adesso?

Byung-Chul Han, nel suo saggio La società senza dolore (Einaudi, 2021), ha dato un nome a tutto ciò: lui sostiene che viviamo in una società terrorizzata dalla sofferenza, che ha trasformato il dolore in un’anomalia da correggere il prima possibile. È una società che produce effetti concreti su come trattiamo chi soffre, e su come chi soffre impara a trattare se stesso, imparando in fretta che la cosa più utile da fare è tornare a funzionare, nel minor tempo possibile.

Ho scritto di questa stessa incapacità collettiva di stare dentro il dolore, dei morti invisibili del lockdown, del lutto negato, di una società intera che non sapeva dove mettere la perdita, in un articolo che puoi leggere qui. La domanda che continua a interessarmi è quella successiva: cosa succede quando qualcuno, invece di essere aiutato a “superare” il dolore, trova uno spazio in cui quel dolore può finalmente diventare pensiero?

Tornare a essere soggetto

Jeanette Bresson Ladegaard Knox è professoressa associata all’Università di Copenhagen, ricercatrice all’incrocio tra filosofia, arte e medicina, e facilitatrice certificata di dialogo socratico. Per anni ha lavorato con pazienti oncologici e sopravvissuti al cancro, sviluppando un approccio originale che integra il metodo del dialogo socratico nella riabilitazione esistenziale. La sua ricerca principale su questo tema — una ricerca empirico-filosofica condotta con tre gruppi di persone in fase di riabilitazione oncologica — è raccolta nella sua tesi di dottorato del 2015: Thinking in Action, Re-thinking Life. Socratic Dialogue with People in Cancer Rehabilitation.

Il punto di partenza del suo lavoro è una domanda precisa: cosa succede quando offri a persone che hanno attraversato un’esperienza traumatica non un supporto psicologico, non un percorso di elaborazione emotiva, ma uno spazio di indagine filosofica?

I partecipanti non descrivono il dialogo come qualcosa che li ha aiutati a “stare meglio”, lo descrivono come qualcosa che li ha aiutati a pensare di nuovo. A tornare a essere qualcuno che ragiona sulla propria esperienza invece di qualcuno che subisce una diagnosi, un protocollo, una prognosi. È la differenza tra essere l’oggetto di un processo e tornare a essere il soggetto della propria storia.

Knox usa un’espressione che riprende Foucault per descrivere questa funzione: il dialogo socratico come tecnologia del sé: una pratica che non trasmette conoscenza esterna ma aiuta le persone a trasformare il modo in cui si vedono e si raccontano. Non esci da un dialogo socratico con nozioni nuove sulla malattia, sulla guarigione, sul corpo. Esci con una comprensione più nitida di come funziona il tuo pensare, adesso, con questa esperienza dentro, e di come questa esperienza si inserisce in una visione del mondo che è sempre la tua, anche se è cambiata.

Quello che Han aveva già visto

Quello che Knox osserva nel gruppo di sopravvissuti con cui ha dialogato è esattamente il problema che Han descrive a livello sistemico: una società che non sa cosa fare del dolore tende a trattare chi soffre come un’anomalia da riportare alla normalità nel minor tempo possibile. Il sopravvissuto a una malattia grave è qualcuno che ha “perso tempo”, che deve “rimettersi in carreggiata”, che viene misurato sulla velocità con cui torna a funzionare. La sua fragilità residua, la fatica, la paura, il senso di estraneità rispetto alla vita precedente, non ha posto nel racconto che la società delle prestazioni sa costruire.

Han sostiene che è solo attraverso il dolore che ci si apre al mondo, che la sofferenza, quando non viene elusa ma attraversata, ha una funzione trasformativa che nessuna ottimizzazione può sostituire. Non è un invito romantico a soffrire: è una critica precisa alla cultura dell’anestesia, che promette il benessere come assenza di disagio e produce invece persone sempre più incapaci di stare dentro l’esperienza difficile senza fuggirla.

Il dialogo socratico di Knox non cura il dolore dei sopravvissuti, e neppure prova a farlo. Fa qualcosa di diverso e, in questo senso, di più coerente con quello che Han descrive: crea uno spazio in cui il dolore può essere esaminato invece di essere “curato”, in cui l’esperienza della malattia può diventare materiale di riflessione filosofica invece di uno stato da cui guarire.

Come funziona in pratica

Il metodo usato da Knox è quello del dialogo socratico nella tradizione Nelson-Heckmann, lo stesso di cui ho scritto in altri articoli di questa serie. Si parte sempre da un’esperienza concreta e vissuta portata da uno dei partecipanti, si lavora in gruppo come comunità di ricerca orizzontale in cui non esiste gerarchia tra chi sa e chi non sa, il facilitatore non insegna né impone ma guida il processo tenendo il focus sull’esempio scelto.

Nel contesto dei sopravvissuti al cancro, questo significa che i partecipanti non vengono invitati a raccontare la propria storia terapeutica, né a elaborare le proprie emozioni nel senso psicologico del termine. Vengono invitati a scegliere un episodio concreto della propria esperienza e a usarlo come punto di partenza per un’indagine collettiva su domande più grandi: cos’è l’identità quando il corpo cambia radicalmente? Cosa rimane di chi ero prima? Come si costruisce una “bussola morale” — per usare l’espressione di Knox — dopo un’esperienza che ha rimescolato tutto?

Quello che emerge, secondo la ricerca, non è la risposta a queste domande. È qualcosa di più prezioso: la capacità di stare dentro queste domande senza che diventino paralizzanti, di esaminarle con rigore invece di fuggirle, di riconoscere in esse non solo il proprio dolore privato ma una questione universale su cosa significa essere umani in un corpo che cambia.

Dal caso clinico al soggetto morale

Il passaggio che Knox descrive è quello da “caso clinico” a “soggetto morale in divenire”, un’espressione densa che vale la pena sciogliere. Un caso clinico è definito dalla sua patologia: dalla diagnosi, dalla prognosi, dal protocollo di cura. Un soggetto morale è qualcuno che ragiona su come vuole vivere, su cosa vale per lui, su come si orienta nel mondo. La malattia grave tende a trasformare le persone nel primo, almeno per il tempo in cui durano le cure. Il dialogo socratico, nella ricerca di Knox, funziona come pratica di ritorno al secondo, non negando l’esperienza della malattia, ma rifiutando di lasciarla essere l’unica definizione disponibile.

È un’operazione filosofica precisa, che va contro la corrente. Perché richiede un contesto in cui la fragilità sia legittima ed è il materiale stesso da cui parte l’indagine. Richiede, in altri termini, esattamente l’opposto di quello che Han descrive come la logica dominante della società senza dolore.

Mi chiedo se non sia questo il contributo più interessante che la filosofia pratica può offrire in questo momento storico: non risposte, non tecniche di resilienza, non ottimizzazione del benessere, ma spazi in cui la fragilità ha il permesso di diventare pensiero.

Riferimenti
Knox, J. B. L. (2015). Thinking in Action, Re-thinking Life. Socratic Dialogue with People in Cancer Rehabilitation. Tesi di dottorato, Università di Copenhagen.
Han, B. C. (2021). La società senza dolore. Perché abbiamo bandito la sofferenza dalle nostre vite. Einaudi.

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