In alcuni momenti — rari, ma decisivi — può affiorare una percezione difficile da decifrare: qualcosa che non somiglia né a una mancanza concreta né a una privazione evidente, e che si presenta piuttosto come uno scollamento leggero, una specie di disancoraggio dell’essere. Il tempo continua a scorrere, le azioni si susseguono, ma la loro tenuta vacilla. Si cerca allora di colmare quel vuoto con nuove forme di ordine: si moltiplicano gli impegni, si rincorrono obiettivi, si tenta di riorganizzare la trama quotidiana confidando che basti un gesto strutturante per ricucire ciò che sfugge. Eppure, proprio quando il moto si attenua e l’urgenza si spegne, può comparire un gesto diverso: un gesto che apre lo spazio per un altro modo di stare e che non pretende di risolvere alcunché. In quel varco prende corpo la possibilità di aver cura di sè. Non come pratica da applicare, né come tecnica da apprendere, ma come forma del pensiero che si fa attenzione. È a partire da questa soglia che prende voce il libro di Luigina Mortari,
Aver cura di sé, che si offre come occasione per tornare a interrogare la vita a partire dalla sua qualità più fragile e insieme più essenziale: la capacità di prender
si a cuore.
La cura di sé come compito ontologico
Nel pensiero di Luigina Mortari, la forma dell’essere umano non è data una volta per tutte: si apre, fin dall’inizio, come materia incompiuta, segnata da un’esposizione originaria al tempo e alla fragilità del divenire. L’esistenza si configura così come compito, per fabbricazione e non per accumulo: non si dispone di un fondamento stabile da cui partire, piuttosto si è chiamati, nel corso del vivere, a tracciare una direzione, a comporre ciò che resta inizialmente disperso. In questa prospettiva, la cura emerge come forma elementare della responsabilità verso il proprio possibile.
Assumere questa responsabilità significa lasciar emergere una sapienza che prende corpo nell’attenzione al modo in cui ci si attraversa (ovviamente tale sapienza non si esaurisce in alcun sapere!). Non ci si forma per aderire a un modello ideale, e nemmeno per correggere una mancanza: si impara a stare nella propria finitezza coltivando una disposizione a orientarsi, a dare forma, a custodire. È un apprendimento lento, non trasmissibile per via diretta, che si esercita nel tempo attraverso gesti minimi, ritorni, ripetizioni, fallimenti meditati.
Questa postura non riguarda un sé isolato, né può essere pensata come un’azione rivolta esclusivamente all’interiorità.
Il divenire dell’essere è sempre intessuto di relazioni, e la qualità dell’esserci si modella nel modo in cui si prende parte al mondo. L’altro non è un secondo passaggio della cura, ma lo spazio vivo in cui essa prende forma, perché ogni modo di prendersi a cuore implica — anche tacitamente — un gesto che attraversa e coinvolge ciò che è fuori di sé.
È da questa tessitura che prende senso anche il legame tra il pensare la propria forma e l’agire nello spazio condiviso. L’autoformazione è un’attività strettamente collegata a quella civile: la rende possibile, la accompagna, la sostiene in ogni gesto. Così, le direzioni che si tracciano nell’intimo non restano confinate, ma influenzano la possibilità stessa di abitare la collettività in modo consapevole. Ogni orientamento interiore diventa, in qualche modo, fondamento del politico, nella misura in cui apre alla possibilità di una convivenza che non sia cieca né automatica, ma fondata su soggetti che si pongono la domanda su come intendono essere nel tempo che abitano.
La disciplina del pensiero, la forma della cura
La cura di sé, nella prospettiva aperta da Mortari si configura come una disciplina, un esercizio quotidiano che riguarda il modo stesso di abitare la mente. Non si dà come stato d’animo né come esperienza puntuale. Il pensare, in questo contesto, non è riducibile a un’attività intellettuale, né coincide con la riflessione astratta: si tratta di un gesto che intreccia attenzione, ascolto, misura. Un pensare che è più simile a un atteggiamento posturale riguardo alle proprie emozioni e pensieri, piuttosto che un tentativo fino a se stesso di dominarli (perché poi, se quelli fanno parte di noi?)
Praticare questa forma di pensiero significa dare tempo alla mente perché trovi il proprio ritmo, imparare a sospendere il giudizio quando la complessità chiede ascolto, accettare che non tutto si risolva, che alcune domande restino aperte senza diventare per questo meno vitali. Si tratta di sviluppare una disposizione che sa sottrarre, selezionare, alleggerire: togliere via ciò che affolla, lasciare spazio a ciò che sostiene.
È una forma di sobrietà che crea spazi puliti, non certo spazi vuoti. E in questa chiarezza si fa strada la possibilità di un centro, che non è stabile, concluso e immune dalla dispersione del mondo. Al contrario, è una forma di centratura che accetta la propria precarietà, e proprio per questo si esercita nel rientrare, nel ricomporsi, nel tornare a sé senza mai isolarsi. Per questo motivo, questo centro non si costruisce una volta per tutte: si traccia ogni giorno attraverso scelte minime, gesti ricorsivi, fedeltà sottili.
Nel coltivare questa cura,
il pensiero si lega al corpo, al tempo, alla vita concreta. Le scelte che si fanno, i ritmi che si abitano, le parole che si tacciono o si pronunciano: tutto partecipa di quella disciplina che guida la vita. Si comincia forse da un gesto intimo, ma ogni forma di cura interiore genera, nel tempo, una differente qualità del vivere. Non tanto per via di risultati visibili, quanto per la maniera in cui si prende parte al mondo. Il modo in cui si ascolta, si risponde, si rinuncia, si resta.
Coltivare una mente raccolta non significa allora ritirarsi dalla realtà, ma rendersi più capaci di entrarvi senza perdersi. È un lavoro silenzioso, spesso invisibile, e proprio per questo decisivo. Nella misura in cui riesce a tenere insieme tensione e misura, ascolto e intenzionalità, questo gesto del pensiero si fa terreno fertile per quella forma di libertà che non coincide con il fare tutto, ma con il riconoscere ciò che ha senso fare, e con il modo in cui lo si compie.
Non esiste una forma definitiva della vita, né un’arte di esistere che possa dirsi compiuta. Ma si può iniziare da una postura: quella di chi si prende a cuore il proprio esserci non per correggerlo, ma per custodirlo. La cura, allora, non si manifesta nei grandi propositi, ma nei piccoli gesti che reggono il tempo, nella scelta quotidiana di non sottrarsi. Si tratta forse di imparare a stare: non nell’immobilità, ma nella durata. Non nella perfezione, ma nell’intenzione di esserci, con presenza, anche quando tutto sembra disperso.
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