#5 – L’ombra lunga delle scelte invisibili

C’è una zona grigia tra il “mi è capitato” e il “l’ho fatto io” che è molto più interessante delle certezze che stanno ai due estremi.

Ieri sera, a fine cena, un’amica mi racconta che la sua vita è cambiata “per caso”.
La ascolto e, mentre elenca dettagli minimi, mi sale un pensiero: spesso chiamiamo caso ciò che ci evita di dire “l’ho fatto io, è per buona parte il frutto delle mie azioni”.

Da lì in poi è facile confondere la pioggia con l’irrigazione: prepariamo terreno e secchi, poi chiamiamo destino l’acqua che arriva.

“È stato il destino”, mi ha detto, parlando del partner che ha incontrato a quella cena a cui non voleva andare. E mentre lo diceva, io pensavo ai due anni precedenti in cui si era iscritta a corsi di cucina, aveva cambiato lavoro per avere più tempo libero, aveva lasciato l’ex che la tratteneva in casa ogni sera. Tutto molto casuale, naturalmente.
C’è qualcosa di paradossale nel nostro modo di raccontare le svolte: le presentiamo come pioggia improvvisa, mentre dimentichiamo mesi di previsioni consultate e secchi già posati in giardino. Prepariamo il terreno, poi chiamiamo caso l’acqua che arriva.

Penso alle promozioni “inaspettate” dopo anni di straordinari non pagati; agli amori “improvvisi” dopo settimane di ascensori condivisi; ai successi “casuali” dopo una vita da studenti di un esame senza data. Forse è una forma discreta d’intelligenza: seminare futuri senza ammetterlo, nemmeno a noi stesse.

Capisco anche il perché di questa narrazione: riconoscere l’artefice significa riconoscere l’autrice anche quando l’opera non piace. È più lieve pensarsi passeggera che guidatrice con gli specchietti appannati. Ma tra l’onnipotenza e la resa c’è una zona praticabile, dove il caso esiste e noi comunque teniamo le mani sul volante.

Al netto della casualità, viviamo come con due sistemi operativi: uno silenzioso, che accumula scelte minime e ripetute; l’altro che osserva tutto come se fosse il palinsesto di un’altra. Il primo tesse la trama, il secondo si stupisce del disegno sul telaio. Confonderli è perdere orientamento.

La vita regge meglio quando non la stringiamo troppo, né fingiamo di non toccarla. Guidare nella nebbia: la meta non si vede, ma restano possibili presa, velocità, sosta. Tra “mi è capitato” e “l’ho fatto io” c’è una fascia abitabile: autrici e spettatrici insieme, registe che improvvisano, attrici che recitano una sceneggiatura mentre la scrivono.

Anche questo testo è “capitato” mentre pensavo ad altro. Più onestamente: è il raccolto di anni di appunti laterali, conversazioni ascoltate di sbieco, domande rimaste a sedimentare. A volte chiamiamo destino ciò che nasce dalle nostre abitudini pazienti. E va bene così.

Tre righe per smascherare il “caso”

Un promemoria per vedere ciò che hai preparato e scegliere il passo minimo coerente.

Fatti → scrivi tre azioni ripetute che hai fatto: uscire due sere a settimana con amiche/i; cambiare palestra per orari serali; dire no alle chiusure controllanti dell’ex.
Dose → assegna a ciascuna quanta intenzione c’era (0–10): 7 / 5 / 9.
Passo minimo → scegli un gesto da 10 minuti entro 48 ore, coerente con quei fatti: scrivere a Tizia per il cinema di giovedì; prenotare una lezione prova; inviare un messaggio di confine chiaro.

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