Cosa faresti se…? Perché nel Dialogo Socratico preferiamo le esperienze alle ipotesi
«Cosa faresti se trovassi un portafoglio con cinquecento euro per strada?»
Mi piacerebbe rispondere che cercherei il proprietario, che non toccherei un euro e che, se non riuscissi a rintracciarlo personalmente, lo consegnerei a qualcuno che possa farlo al posto mio. Del resto, finché il portafoglio esiste soltanto nella situazione che sto immaginando, posso costruire con una certa facilità anche la persona che vorrei essere dentro quella situazione: onesta, ragionevole, perfettamente coerente con i principi che sostengo di avere. Nella mia immaginazione, insomma, sono un’ottima persona; resta il piccolo problema che quel portafoglio non l’ho mai trovato e che, quindi, ciò che ho appena descritto non è un’esperienza sulla quale posso ragionare, ma una previsione su ciò che credo che farei.
Per il Dialogo Socratico nella tradizione di Leonard Nelson e Gustav Heckmann questa differenza conta molto, perché il lavoro non prende avvio da situazioni costruite appositamente per mettere alla prova un principio, ma da esperienze concrete, realmente vissute da uno dei partecipanti e sufficientemente circoscritte da poter essere ricostruite e interrogate dal gruppo. A prima vista può sembrare una prescrizione metodologica piuttosto bizzarra: se vogliamo capire che cosa sia l’onestà, perché dovrebbe importarci che il portafoglio sia esistito davvero? E soprattutto, che cosa può darci una vicenda particolare che una situazione ipotetica, magari costruita con maggiore precisione, non possa darci altrettanto bene?
Il problema dei naufragi, dei deserti e dei leoni
Leonard Nelson doveva avere una certa familiarità con la tendenza degli studenti di filosofia a complicare le cose, perché, nella conferenza sul metodo socratico che tenne nel 1922, descrive con una certa ironia ciò che accade quando si chiede loro di fornire un esempio concreto: invece di cercare nella propria esperienza, racconta, lo studente filosoficamente addestrato tende a rifugiarsi nelle ipotesi e, nel giro di poco, ci si ritrova alle prese con naufragi, deserti e attacchi di leoni. L’esagerazione è divertente, ma serve a Nelson per mettere a fuoco un problema metodologico preciso: se vogliamo procedere filosoficamente a partire dai nostri giudizi, abbiamo bisogno innanzitutto di trovare un punto d’appoggio nell’esperienza.
Questo non significa che Nelson consideri l’immaginazione inutile per la filosofia, né avrebbe molto senso ricavare dal suo metodo una condanna generale degli esperimenti mentali, che hanno avuto e continuano ad avere un ruolo importante nella riflessione filosofica. La questione riguarda piuttosto ciò che il Dialogo Socratico vuole fare e, di conseguenza, il tipo di materiale di cui ha bisogno per farlo: se vogliamo risalire dai nostri giudizi ai principi che li sostengono, partire da una situazione realmente accaduta ci mette davanti a qualcosa che non abbiamo costruito contemporaneamente alla risposta che stiamo cercando di dare.
Possiamo vederlo tornando all’onestà. Se cominciassimo chiedendoci che cosa significhi essere onesti, potremmo proporre immediatamente una serie di definizioni: essere onesti significa dire la verità, non ingannare gli altri, rispettare ciò che appartiene a qualcun altro. Probabilmente basterebbero pochi minuti per accorgerci che ciascuna formulazione richiede ulteriori precisazioni e che parole apparentemente chiarissime, appena proviamo a usarle per definire qualcos’altro, cominciano a diventare meno docili di quanto sembrassero.
Possiamo però prendere una strada diversa e partire, per esempio, da quella volta in cui il barista mi ha dato venti euro in più di resto, io me ne sono accorta quando ero già uscita e sono tornata indietro per restituirli. A questo punto non abbiamo ancora una definizione di onestà e non abbiamo nemmeno dimostrato che il mio comportamento fosse necessariamente quello giusto; abbiamo, però, una situazione determinata dentro la quale è stato formulato un giudizio e compiuta una scelta, ed è proprio su questo materiale che il gruppo può cominciare a lavorare.
Che cosa facciamo con un’esperienza?
La prima tentazione da evitare è trasformare il racconto in un’indagine sulla persona che lo porta. Il fatto che io abbia restituito venti euro non dimostra che io sia una persona onesta, così come il fatto che qualcuno, in un’altra circostanza, abbia mentito non ci autorizzerebbe a concludere che abbiamo finalmente scoperto la sua vera natura. Se lavorassimo in questo modo, il Dialogo Socratico diventerebbe una specie di analisi collettiva del carattere di chi ha avuto l’imprudenza di offrire il proprio esempio, cosa che sarebbe probabilmente sufficiente a convincere tutti gli altri a non offrirne mai più uno.
Ci interessa invece capire il giudizio formulato dentro quell’esperienza. Perché mi sembrava giusto restituire il denaro? Dire semplicemente che quei soldi non erano miei potrebbe sembrare una risposta sufficiente, finché qualcuno nel gruppo non mi chiedesse perché il fatto che non fossero miei comportasse, per me, l’obbligo di restituirli. Potrei allora accorgermi che nel mio giudizio aveva avuto un peso il pensiero che il barista avrebbe dovuto rispondere personalmente dell’errore, oppure potrei sostenere che questa circostanza non aveva contato affatto e che avevo considerato determinante soltanto il fatto di essermi trovata in possesso di qualcosa che non mi apparteneva. In entrambi i casi il lavoro consisterebbe nel cercare di formulare con sempre maggiore precisione le ragioni che erano già implicite nel giudizio espresso in quella situazione, lasciando che gli altri partecipanti le interroghino e mettano alla prova.
È proprio attraverso questo lavoro sul caso che l’esperienza particolare può condurre verso questioni più generali. Se affermo di aver restituito il denaro perché non mi apparteneva, infatti, abbiamo già qualcosa da esaminare: quale rapporto sto stabilendo tra il fatto che una cosa appartenga a un altro e ciò che ritengo di dovergli? Quale principio sto presupponendo quando considero sufficiente quella ragione? Il movimento verso l’astrazione comincia così senza che sia necessario abbandonare l’esperienza da cui siamo partiti.
Dal resto del bar all’astrazione regressiva
È a questo punto che possiamo capire meglio uno dei concetti centrali del metodo di Nelson, quello di astrazione regressiva. L’espressione può sembrare poco invitante, ma il movimento che descrive è più semplice di quanto il nome faccia pensare: invece di partire da un principio filosofico generale e applicarlo ai casi particolari, proviamo a procedere nella direzione opposta, prendendo un giudizio formulato in relazione a un’esperienza e cercando di risalire ai presupposti più generali che lo rendono possibile.
Ho giudicato che dovessi restituire quei venti euro; ora devo provare a spiegare perché e, quando formulo una ragione, quella ragione può essere nuovamente interrogata. Se sostengo che dovevo restituirli perché non erano miei, dovremo capire quale principio sto implicitamente affermando riguardo a ciò che appartiene agli altri; se invece, ricostruendo l’esperienza, emerge che per me aveva avuto un peso decisivo il possibile danno per il barista, dovremo cercare di comprendere che cosa questo aggiunga al giudizio e quale principio vi sia implicato.
Il percorso conduce così verso formulazioni progressivamente più generali, senza perdere il legame con l’esperienza dalla quale siamo partiti. Ed è proprio questo aspetto a rendere fuorviante l’idea che scegliere il concreto significhi rinunciare all’astrazione: nel Dialogo Socratico il concreto non prende il posto del pensiero astratto, ma gli offre il materiale sul quale lavorare. L’astrazione arriva, eccome; semplicemente, invece di comparire all’inizio sotto forma di una definizione che ciascuno porta con sé, emerge attraverso l’esame dei giudizi e delle ragioni che siamo in grado di formulare.
Perché farlo insieme
Se ci fermassimo qui, tuttavia, avremmo spiegato perché partire da un’esperienza possa essere utile per riflettere, ma non avremmo ancora spiegato una parte essenziale del Dialogo Socratico: perché farlo insieme. Quando porto un’esperienza nel gruppo, sono certamente io ad averla vissuta, ma devo renderla comprensibile anche agli altri, che possono chiedermi di precisare ciò che è accaduto, distinguere quello che ricordo da quello che sto interpretando, chiarire il significato delle parole che uso e spiegare perché una certa considerazione mi sembri rilevante. Soprattutto, gli altri non sono obbligati a trovare convincenti le ragioni che convincono me: possono individuare un passaggio che non regge, accorgersi che sto usando lo stesso termine con significati diversi oppure mostrare che una conclusione che a me sembrava evidente non lo è affatto per tutti.
È in questo passaggio che l’esperienza individuale comincia a diventare materiale comune senza smettere di appartenere a chi l’ha vissuta. Il gruppo non deve stabilire se io abbia agito bene né arrivare a un verdetto sulla mia persona; deve cercare di comprendere il giudizio espresso attraverso quell’esperienza e verificare se le ragioni e i principi che progressivamente emergono possano essere condivisi. Nella tradizione sviluppata da Gustav Heckmann, questa ricerca comune e la tensione verso il consenso acquistano un’importanza decisiva: consenso che non coincide con una votazione a maggioranza e nemmeno con la capacità di qualcuno di persuadere gli altri, ma con il tentativo di arrivare a una formulazione che ciascun partecipante possa riconoscere come sufficientemente fondata, almeno fino a quando nuove ragioni non costringano il gruppo a rimetterla in discussione.




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