Rivendico il diritto di essere inadatta a questa società.
Lo rivendico sapendo che, tutto sommato, ad adattarmi sono piuttosto brava. Come quasi tutti, credo. Gli esseri umani hanno questa capacità straordinaria di imparare a stare dentro le situazioni più diverse e, dopo un po’, di trovarle persino normali. È proprio su questa capacità che ho cominciato ad avere qualche dubbio.
Ci pensavo qualche giorno fa mentre guidavo per Napoli: guidare per Napoli richiede una forma di attenzione che chi lo fa abitualmente finisce per conoscere bene. C’è la macchina che potrebbe superarti da destra, il motorino che compare in uno spazio nel quale eri abbastanza certa che un motorino non potesse materialmente entrare, la buca, la pozzanghera che potrebbe contenere una buca ancora più interessante, qualcuno che si immette e qualcuno che attraversa. Intanto devi anche ricordarti dove stai andando. All’inizio tutto questo richiede uno sforzo enorme. Poi impari. Anticipi le traiettorie, riconosci le situazioni, sai quando rallentare anche se apparentemente non ce n’è motivo. Acquisisci una competenza e, a un certo punto, guidi e basta.
È una cosa che facciamo continuamente: incorporiamo lo sforzo necessario a stare dentro una certa situazione fino al punto in cui smettiamo quasi di vederlo.
Qualche tempo fa avevo fatto un ragionamento simile a proposito di casa nostra, che è quasi sempre in ordine, almeno di quell’ordine ordinario che permette di vivere con un certo decoro. Poi è arrivata una di quelle settimane in cui gli incastri familiari funzionano male e abbiamo cominciato a saltare una serie di cose che normalmente facciamo senza pensarci. Il risultato era perfettamente prevedibile: la casa era un casino.
La cosa interessante è stata accorgermi di quanto lavoro ci fosse dietro quello che fino a pochi giorni prima mi appariva semplicemente come lo stato normale della casa. Le cose erano al loro posto perché le rimettevamo a posto. Il bucato veniva fatto, la carta e la plastica portate via, il cambio di stagione procedeva, le piante ricevevano acqua prima di arrivare a qualche legittima rimostranza. Nessuna di queste attività, presa singolarmente, sembrava particolarmente significativa. Proprio per questo avevano finito per diventare quasi invisibili. Le facevamo e basta. Il disordine le aveva rese nuovamente visibili.
Vorrei fare la stessa cosa con l’adattamento: renderlo visibile.
Passiamo una parte considerevole delle nostre giornate a compiere piccole operazioni che ci permettono di stare dentro la vita che conduciamo. Filtriamo informazioni, spostiamo l’attenzione, cambiamo programma, rispondiamo a un’interruzione e torniamo a ciò che stavamo facendo. Impariamo a capire quale notifica può aspettare e quale no, a lavorare mentre arrivano messaggi, a tenere insieme impegni che si sovrappongono, a occuparci di quello che abbiamo davanti mentre da qualche parte leggiamo di una guerra, dello sciopero, del prezzo della benzina, degli scaffali vuoti al supermercato e dell’ennesima ragione per cui dovremmo cominciare a preoccuparci immediatamente.
Dopo un po’ diventiamo bravi. Talmente bravi che buona parte del lavoro sembra scomparire.
Guido senza registrare continuamente il livello di attenzione necessario a compensare l’imprevedibilità del traffico. Riprendo a lavorare senza contare quante volte devo recuperare la concentrazione dopo un’interruzione. Durante una giornata cambio oggetto, linguaggio, problema, ruolo così tante volte che raramente mi fermo a considerare il lavoro mentale necessario per farlo. Lo faccio e basta.
È così che una quantità enorme di adattamento finisce dentro ciò che chiamiamo normalità e finché resta invisibile è difficile persino chiedersi quanto ci costa.
Il paragone con la casa, a questo punto, mi è servito anche per un’altra ragione. Tenere casa in ordine costa. Richiede tempo, attenzione, lavoro ripetuto. Però mi piace vivere in una casa ordinata. Mi piace la sua bellezza, mi piace trovare le cose dove dovrebbero essere, mi piace entrare in una stanza e non avere immediatamente davanti l’elenco delle cose da sistemare. Una parte del mio tempo se ne va in quel lavoro e, per quanto mi riguarda, ne ricevo qualcosa che vale la spesa.
Ho provato allora ad applicare lo stesso criterio al lavoro che faccio per adattarmi alla vita quotidiana: che cosa ne ricavo? Riesco a funzionare.
Arrivo a destinazione. Faccio il mio lavoro. Tengo insieme gli impegni. Rispondo alle persone. Gestisco gli imprevisti. Attraverso una giornata piena di sollecitazioni e, con una certa soddisfazione, la sera posso persino constatare di essere riuscita a fare quasi tutto.
È un beneficio reale. E ha una caratteristica curiosa: gran parte di ciò che ottengo adattandomi al caos è diventare più capace di vivere nel caos.
Questa constatazione ha cambiato la domanda. Per anni mi sono chiesta, come credo facciano in molti, se fossi capace di adattarmi. Se riuscissi a organizzarmi meglio, a essere più efficiente, a gestire più cose, a recuperare più rapidamente la concentrazione, a tollerare meglio il rumore, a reagire agli imprevisti senza perdere il filo. Ora voglio sapere se ne vale la pena.
La differenza sembra piccola, eppure sposta completamente il criterio con cui guardo la mia capacità di adattamento. Essere capaci di qualcosa dice molto sulle nostre risorse; non dice ancora nulla sul valore di ciò per cui decidiamo di impiegarle. La resilienza ne è forse l’esempio più evidente. Ci sono momenti nei quali la realtà cambia senza chiederci il permesso. Una malattia, una perdita, una guerra, una condizione dalla quale in quel momento non possiamo uscire. Riuscire a trovare un nuovo equilibrio può essere vitale. È una delle possibilità più preziose che abbiamo. Proprio per questo vorrei scegliere con maggiore attenzione dove spenderla.
La vita quotidiana è piena di adattamenti molto meno drammatici, che proprio per questo rischiano di passare inosservati. Li accumuliamo uno sopra l’altro e, ogni volta che diventiamo sufficientemente bravi a gestirli, quella nuova capacità entra nella normalità.
Posso diventare ancora più efficiente. Posso imparare a filtrare meglio gli stimoli, organizzarmi meglio, tollerare più rumore, passare più velocemente da un’attività all’altra. Posso allenare la concentrazione, migliorare la gestione del tempo, aumentare la mia soglia di sopportazione. C’è sempre un’altra piccola competenza da acquisire per riuscire a stare meglio dentro quello che già faccio.
Solo che le risorse che uso per adattarmi sono le stesse che uso per vivere. La mia attenzione è quella. Il mio tempo è quello. Le energie mentali con cui gestisco un’interruzione, recupero il filo, anticipo un problema e assorbo l’ennesima sollecitazione vengono dalla stessa riserva con cui faccio tutto il resto. Con quelle risorse sto con le persone, con la mia famiglia, con gli amici, con i colleghi. Sono quelle con cui posso ascoltare qualcuno avendo la testa lì, lavorare con calma, restare dentro una conversazione, accorgermi della persona che ho davanti invece di essere già proiettata verso la cosa successiva. E con quelle stesse risorse penso. Una vita piena di problemi da risolvere allena moltissimo una certa forma di pensiero. Diventiamo rapidi, troviamo soluzioni, facciamo collegamenti utili, prendiamo decisioni. È un’intelligenza necessaria e spesso notevole.
Esiste anche un pensiero che ha bisogno di non sapere subito dove deve arrivare. Ha bisogno di restare un po’ su una domanda, di prendere una strada e magari abbandonarla, di fare un’associazione che in quel momento non serve assolutamente a niente. Qualche volta ha persino bisogno di annoiarsi.
Pensando a questo mi era venuta in mente l’immagine della giungla. Se vivessi in un posto nel quale devo controllare continuamente che non ci siano serpenti o ragni pronti a mordermi, nel giro di poco tempo diventerei probabilmente molto più brava di quanto sono oggi a riconoscere serpenti e ragni. Sarebbe un adattamento eccellente e, in quel contesto, avrei ottime ragioni per esserne felice. Avrei anche una parte considerevole dell’attenzione occupata a non farmi mordere. Non so quanto spazio mi resterebbe, mentre controllo il prossimo ramo, per interrogarmi sul concetto di giustizia.
È lì che per me il conto tra costi e benefici cambia.
Ci sono capacità che potrei continuare ad allenare e che mi renderebbero certamente più adatta alla vita che conduco. Guardando meglio ciò che spenderei per acquisirle, alcune hanno smesso di sembrarmi desiderabili. Ed è qui che entra la parola diritto.
La uso come una rivendicazione di legittimità. Voglio poter guardare un mio attrito con la realtà senza considerarlo immediatamente un difetto personale da correggere. Voglio potermi chiedere se quella fatica mi stia mostrando una mia difficoltà sulla quale vale la pena lavorare oppure il limite oltre il quale preferisco non investire altre risorse per diventare più compatibile con ciò che mi circonda. Perché l’inadeguatezza, vista da qui, cambia significato. Se una cosa mi affatica troppo, posso imparare a gestirla. Se perdo la concentrazione, posso allenarla. Se faccio fatica a stare dietro a tutto, posso organizzarmi meglio. Sono possibilità reali e spesso utili. Prima di correggermi, però, voglio guardare ciò a cui sto cercando di adattarmi.
Non tutto ciò a cui siamo capaci di adattarci merita il nostro adattamento.
Quel merita per me contiene il cuore della questione. Mi costringe a mettere sullo stesso piano il costo e ciò che ricevo in cambio. Mi ricorda soprattutto che ogni energia spesa per diventare più compatibile con una certa forma di vita è un’energia che avrei potuto spendere altrove. Io so abbastanza bene dove vorrei spenderne una parte maggiore: nei rapporti umani veri, nella mia famiglia, negli amici, in relazioni di lavoro nelle quali sia possibile lavorare bene senza vivere ogni cosa come un’emergenza. Nel tempo in cui posso essere presente a quello che sto facendo. E in quella strana attività apparentemente improduttiva che consiste nel seguire un pensiero senza sapere ancora se porterà da qualche parte.
È per difendere anche questo che rivendico il diritto di essere inadatta. Un diritto che comincia, per me, dalla possibilità di smettere di trattare l’adattamento come una virtù senza condizioni. Di guardare il lavoro invisibile che faccio ogni giorno per stare dentro la normalità, riconoscerne il costo e decidere se ciò che ricevo in cambio vale davvero la spesa. Ci saranno adattamenti che continuerò a scegliere, perché valgono quello che costano. Ce ne saranno altri davanti ai quali preferirò restare un po’ inadatta.
Posso farlo consapevolmente. Posso rifiutarmi di spendere lì le mie risorse.
Perché non voglio consumare tutte le mie energie per diventare compatibile con qualcosa che mi logora.
Una lettura per continuare
Durante questo ragionamento sono tornata a Il sogno creatore di María Zambrano e alle sue pagine sul tempo, sulla persona e sul pensiero. È una lettura che mi sta accompagnando e che consiglio a chi abbia voglia di continuare a ragionare da qui.




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