Seleziona una pagina
Baretti di San Pasquale a Chiaia ©IlMattino.it

Baretti di San Pasquale a Chiaia ©IlMattino.it

L’altra sera, dopo una giornata intensa di lavoro, decidiamo di non cucinare e uscire a mangiare un boccone.

Ci facciamo un giro nel quartiere e non troviamo un posto nemmeno a pagarlo: eppure, ci chiediamo, è mercoledì, mica sabato o domenica?

Allora prendiamo l’auto e cominciamo a vagare per la città, prima alla ricerca di un parcheggio e poi di un locale nel quale non fosse necessario aspattare almeno mezzora per cenare. Delle due una: o era la serata nazionale del “mangiamo fuori” o forse frequentiamo troppo poco pizzerie e locali per non sapere che questo fenomeno (quello dei napoletani che assaltano i posti dove si mangia) è un fatto che si ripete quasi ogni sera, a prescindere dal fatto che sia una serata infrasettimanale o del weekend.

Alla fine prendiamo una pizza da asporto e la portiamo a casa.

La cosa non mi era chiara soprattutto perchè ero rimasta ai dati di giornali e tg che ci ripetono quotidianamente che al sud la disoccupazione giovanile sfiora il 65% e che ovunque c’è fame e miseria. Qualcuno mi potrebbe dire “Se non ci fossero nemmeno i soldi per mangiare una pizza ogni tanto, saremmo ai livelli della Grecia!”, e avrebbe ragione quel tale, ma se ai soldi di una pizza ci aggiungiamo quelli della benzina e del bollo delle migliaia di auto che constantemente affollano le strade di Napoli, quelli degli aperitivi consumati in bar sempre pieni, quelli di due sdraio e ombrellone di spiagge assaltate al primo sole e dei pacchetti vacanza, allora le situazioni sono due: 1) siamo davvero tanti in questa città e se una persona si muove lo fa insieme a milioni di altre persone; 2) i dati sull’economia e sulla disoccupazione sono necessariamente falsati.

Escluderei il primo caso: Napoli non è Shangai, non conta 26 milioni di abitanti (con tutta la provincia, estesa su 1.171 km², raggiungiamo 3 milioni di persone), ma nonostante ciò è, come Shangai, una città che non dorme mai.

Ci rimane, al netto di sofisticate altre analisi, il secondo caso: i dati sull’economia e sulla disoccupazione devono essere necessariamente falsati.

Faccio un piccolo sondaggio tra le persone che conosco: i disoccupati, tra i miei amici, sono 7 su 10 (in media). Caspita, ben oltre il 65% che leggo sui giornali. Ma c’è un dato che non emerge da questo piccolo calcolo: il lavoro nero. Gli occupati a nero, tra i miei amici, infatti sono 9 su 10.

Davvero conosco un solo disoccupato tra i 25 e i 40 anni? Diamine, povero cristo.

In questo 70% di conoscenti c’è varia umanità: ci sono diplomati, laureati e pure dottorati. Ci sono istruttori di palestra, baristi, aiutanti di parrucchiere, terapisti, grafici e web developer, copywriter, commesse, artigiani, idraulici, baby sitter e istruttori di scuola guida. C’è chi guadagna 500 euro al mese, chi 800, chi fino a 1500. C’è chi se ne frega e chi ci soffre. Chi è sposato, chi vorrebbe mettere su famiglia e chi è ancora troppo giovane pure per pensarci. C’è chi ha l’auto, chi va in palestra, chi ha lo smartphone di ultima generazione, chi mangia fuori casa almeno una volta a settimana. C’è chi fa tutte queste cose insieme e chi sceglie tra la palestra e il ristorante. C’è anche chi ha uno stile di vita modesto, ma per temperamento caratteriale più che per mancanza di risorse. Poi c’è l’amico davvero disoccupato, non ha una laurea e nemmeno un diploma, vive ancora coi genitori, non prende nemmeno il caffè al bar, non va in vacaza e, poichè i vari lavoretti che ha fatto sono sempre stati occasionali e a nero, non gli spetta nemmeno il sussidio di disoccupazione.

Dunque il 70% dei miei amici tra i 25 e i 40 è ufficialmente disoccupato per lo Stato ma, in un modo o nell’altro, contribuisce all’economia di questo Paese. Ecco allora chi sono questi milioni di persone che girano per la città con l’auto, affollano parcheggi e mangiano fuori anche di mercoledì.

Mangiamo la pizza e continuiamo a ragionare sul fenomeno, soprattutto alla luce delle decine di articoli, letti sul web e condivisi sui social network come fossero l’Apocalisse di Giovanni. Quello che più dispiace è constatare il fatto che nessuno parla di questo esercito di lavoratori e che, anzi, i dati sulla disoccupazione, evidentemente falsi a questo punto, vengano utilizzati come bandiere per battaglie politiche e ideologiche. Durante quest’ultima campagna elettorale ne ho sentite davvero di tutti i colori: non ho mai sentito nessuno però che facesse un’analisi seria del fenomeno del lavoro nero.

Eppure se ne dovrebbe parlare: anche perchè, va detto, non si tratta solo di malcostume dei datori di lavoro, spesso è una necessità per rimanere a galla.

Insieme ai “disoccupati” non conto quelli che hanno contratti a prestazione occasionale o part time, ma che lavorano full time, amici che sono stati costretti ad aprire la partita iva ma svolgono mansioni da dipendenti a tutti gli effetti. Questi non li ho contati, eppure anche di loro si dovrebbe parlare.

Non sto dicendo che la disoccupazione non esiste e che, in realtà, siamo tutti ricchissimi. Più che altro ho la sensazione che chi, in politica, parla di lavoro fa finta di ignorare questa realtà: perché grattare una situazione consolidata, e che in fondo soddisfa un po’ tutti? Perchè mai bruciare un’occasione così ghiotta per raccogliere consensi come quella di alzare il tono durante un comizio per dire che “la disoccupazione giovanile al sud Italia sfiora il 65%!”. Sarebbe da stupidi in effetti non sfruttare l’effetto paura, così caro a spin doctor improvvisati, e non presentarsi come il candidato che sta dalla parte dei più deboli.

Sarebbe da stupidi certo, ma sarebbe da candidati preparati e coscienti…o forse da persone intellettualmente oneste.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: