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L’altro giorno mi sono imbattuta in un mega cartellone pubblicitario della McDonald’s: panini farciti di carne e formaggio a solo un euro. Un euro? E la carne, il formaggio, il pane, gli stipendi, come rientra tutto ciò in un euro? Il pagliaccio Ronald le avrà considerate tutte queste cose? Guardo gli avventori che entrano ed escono dal locale: immigrati, ragazzoni e ragazzone di smisurate proporzioni (chissà se tutti gli antibiotici che danno alle mucche da allevamento staranno agendo in qualche modo sugli ormoni di questa generazione). E il manager d’impresa che si vede sui cartelloni pubblicitari dov’è? Forse lui si può permettere di spendere ben più di un euro per il suo pranzo, lui forse non va a mangiare cibo-spazzatura, perciò è magro e sano.

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Un documentario, nel 2004, fece tremare il mondo dei ristoranti della grande distribuzione, Super Size Me: il giovane Spurlock denunciava le grandi catene di ristorazione per i danni fisici che i cibi da esse venduti provocano non solo a chi ne abusa (negli USA si mangia nei fast food in media tre volte alla settimana) ma anche a chi ne fa un uso “moderato”. Malnutrizione insomma, come quella che faceva ammalare i contadini e i marinai nei secoli scorsi. Ieri lo scorbuto, oggi colesterolo e obesità. Alla malnutrizione però si aggiunga la denutrizione che questo sistema alimentare sta provocando in buona parte del mondo. Infatti per allevare quel miliardo di mucche all’anno (un capo ogni 7 esseri umani!), le cui carni convergono soprattutto nei paesi occidentali, si utilizza il 60% (sic!) dei cereali prodotti. David Pimentel, un entomologo statunitense, ha calcolato che per ogni 790 kg di proteine vegetali usate per l’allevamento intensivo dei bovini, si producono solo 50 kg di proteine animali. E le tante persone che muoiono di fame ogni giorno? Qui qualcosa non quadra. Non sarebbe più logico riequilibrare il consumo dei cereali tra le mucche e gli esseri umani? Ma no, per loro è meglio impegnarsi in lacrimevoli campagne di raccolte fondi! 1-0 per il profitto!

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